Cantina Moros, Alessandra Quarta e il futuro del vino

Arrivo a Guagnano giusto in tempo. Ufficialmente l’appuntamento è per le 16,30, ma esco di casa convinto che in realtà, come gran parte degli eventi a queste latitudini, l’orario d’inizio sarà “a recula”. Dopotutto è il 17 agosto e siamo nel Salento – mi dico – in piena controra. Ignoro invece che Francesco, prima di tornare nella sua Campi Salentina per fondare “Salento Wine Tours” – la start up che cura questa parte dell’anteprima del Premio Terre del Negroamaro – ha vissuto per molti anni nel Regno Unito ed ha imparato ad essere puntuale. È un ragazzone grande e grosso e mi accoglie con un sorriso largo e una calorosa stretta di mano. Il gruppo è composto da una ventina di persone, tutte intorno ai trent’anni, molte ragazze, alcune fighe. Qualcuno di loro è nato e cresciuto qui ma vive fuori per lavoro o per studio. In certi casi il vino rappresenta un fortissimo legame con la propria terra d’origine ed una delle cose di cui andare più fieri quando si è lontani da casa.

Percorriamo la provinciale in una dimensione da film western. Il silenzio, il sole impietoso, la lunga e rovente striscia d’asfalto a spaccare in due il piccolo centro abitato a quell’ora completamente deserto, gli anziani seduti davanti ai bar a gettare occhiatacce da sotto il cappello ai “gringos” venuti chissà da dove, per raggiungere la Cantina Moros, la più piccola delle tre del gruppo Claudio Quarta Vignaiolo. È un vecchio stabilimento degli anni ’50 che Quarta ha acquistato nel 2012 con il progetto di farci una “one garage wine”: un vigneto, una cantina, un vino. L’omonimo Moros, un Salice Salentino Riserva DOP prodotto in appena sei mila bottiglie l’anno. Nel piccolo vigneto di poco più di un ettaro, da viti di cinquant’anni, si coltivano le uve di Negroamaro e Malvasia Nera. Vendemmia manuale e resa bassa: 80 quintali invece dei 160 previsti dal disciplinare. Il nome vuole ricordare la storia di questi territori, teatro d’incontri (e scontri) con la cultura saracena e richiama anche il colore scuro del Negroamaro e della Malvasia Nera, i simboli della tradizione enoica del Salento. Celebra inoltre il dio Moros, fratello di Hemera, custode delle fila del destino.

La cantina, dicevamo. Da fuori non gli daresti una lira. Non sembra che uno dei tanti stabilimenti costruiti nel dopoguerra e abbandonati negli anni Novanta, di quelli in cui si faceva vino “da taglio” pronto a partire per le regioni del Nord (infatti è a un tiro di schioppo dalla stazione ferroviaria) che a un certo punto un ricco signore col capriccio del vino ha rimesso decorosamente a nuovo per vinificare.

Ma il grande cancello si apre e compare Alessandra. È una ragazza dal viso dolce, i lineamenti risolutamente mediterranei portati con orgoglio e la naturalezza da figlia dei fiori. Denti di perla, occhi neri e vispi in cui leggi l’entusiasmo di chi ha già visto il mondo e sa di essere padrona del proprio destino. Ci schiude le porte e rimango a bocca aperta: questo luogo è un piccolo scrigno, dove arte, storia e modernità si fondono in un’atmosfera unica. Grazie al restauro conservativo le vasche sotterranee sono tornate a nuova vita e oggi un dedalo di corridoi e nicchie custodisce le botti per l’affinamento del Moros, ma non solo: ospita una affascinante sala degustazione (Alessandra ci spiega che qui si sono tenute bellissime cene ed anche un San Valentino) ma soprattutto racchiude pregiati reperti archeologici, acquistati nel 2008 presso la casa d’aste Pandolfini di Firenze che costituiscono il Museo del Simposio di Claudio Quarta. Ecco formata, insieme ai dipinti di Ercole Pignatelli, la QuARTa Foundation.

Tradizione e innovazione, dunque storia e futuro, recupero delle radici e sguardo proiettato alla modernità: è su questo continuo dialogo fra ieri e oggi che si nutre la filosofia produttiva di Claudio Quarta e che si percepisce chiaramente varcando la soglia della sua cantina.

Nella bella sala multifunzionale, fra i vecchi fermentini in cemento e l’imponente (e prezioso) murale di Ercole Pignatelli, “Germinazioni3”, Alessandra ci racconta tre vini: il nuovo “Jacarando” Brut Blanc de Blancs, spumante bianco da uve Falanghina, che fa il paio con il Jacarando Brut Rosé, ottenuto invece da Aglianico. Poi è il momento di “Rose”, un rosato chiarissimo, dal colore decisamente poco salentino, perfetto per scatenare il dibattito “rosati di Provenza/rosati del Salento”. Infatti faccio una battuta per vedere che succede e Alessandra spiega che sì, il colore di questo vino è sicuramente quello dello stile provenzale e ciò ha fatto storcere un po’ il naso ai tradizionalisti, ma indipendentemente dal mercato il progetto era quello di un vino che fosse una interessante alternativa ad un bianco importante nei cibi un po’ più strutturati. L’hanno fatto perché cercavano quello, gli piace e i custodi della tradizione se ne facciano una ragione. È gentile ma determinata, la ragazza. Ha solo 28 anni, chissà quale sarà il suo contributo nel panorama enologico meridionale nei prossimi anni.

Infine eccolo, il “Moros”. Il colore è rosso intenso, profondo, ammaliante. Il fiato e la bocca ti incutono il rispetto che si deve a un grande vino che però ha ancora molto da dire. Un giovane virgulto, sfrontato nell’affrontare il mondo, che la maturità renderà più saggio, più complesso, certamente ancora più interessante. Proprio come Alessandra Quarta, d’altronde.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *