“Adotta una vite in Salento”: il progetto Dorsorosso per salvare gli antichi vigneti ad alberello

Paolo e Roberta sono sposati da quasi trentaquattro anni ed hanno quattro figli, ma erano
ancora fidanzati quando passavano davanti all’antica Masseria Carritelli, immersa fra vigne e
papaveri sulla strada che da Sandonaci porta a Campi Salentina. Era di proprietà di una nota
famiglia di proprietari terrieri della zona ed il nonno di Paolo ci aveva lavorato come fattore di
campagna. Ogni volta Paolo si voltava verso la sua amata e diceva: “un giorno la compreremo”.
E nel 2012, quando è ormai uno dei più affermati produttori vinicoli di Puglia, finalmente ci
riesce. Inizia un lungo e accurato lavoro di ristrutturazione che non è ancora terminato. La fa
quasi smontare e rimontare. Con cura, pietra per pietra.
Siamo in piena zona di produzione del Salice Salentino, qui non è difficile incontrare vecchi
vigneti di oltre sessant’anni coltivati ad alberello, un antichissimo metodo di allevamento
tipico del Sud Italia introdotto dai greci, che migrando verso Occidente dopo la guerra di Troia
portavano la vite ovunque insediassero colonie. Era un mare di viti basse, piantate senza
sostegno quello che circondava la masseria fino a qualche decennio fa. Ma ora quel mare sta
per prosciugarsi: l’alberello produce poca uva e si può lavorare solo a mano. Così moltissimi
vigneti sono stati estirpati per far posto ad impianti a spalliera, che assicurano maggiore
produzione e vendemmia meccanizzata. Quindi più reddito per i produttori, ma l’ennesimo
colpo al patrimonio culturale viticolo. Solo in questi vecchi vigneti, infatti, si trovano biotipi di
Primitivo e Negroamaro che i vivai non allevano più. Unici per le caratteristiche del grappolo e
dell’acino e per il gusto del vino che se ne ricava.
Paolo Leo racconta che un pomeriggio superò il grande arco d’ingresso della masseria, entrò
in quella che un tempo era stata la cucina e si accovacciò nel grande camino, di quelli in cui ci
si poteva sedere dentro, come faceva col nonno, ripetendo quel gesto antico per consentire ai
ricordi di riaffiorare. Notò un foro alla base del focolare e iniziò a rimuovere le pietre intorno
per allargarne il diametro, fino ad accorgersi che c’era stata nascosta una vecchia scatola di
legno. La tirò fuori e l’aprì. Conteneva un portamonete a fisarmonica vuoto ed un quaderno
dal dorso rosso che nella prima pagina riportava il nome del suo bisnonno e la scritta: “Conti e
prezzi uva 1923”. Ma il taccuino nascondeva anche uno scritto in greco antico. Tradottolo, si
scoprì che conteneva indicazioni sulla realizzazione di un vino. Il segreto? La maturazione: in
botte di legno di rovere ben tostato ma inframmezzato da qualche doga di ciliegio. E altre
avvertenze, che il nostro non ci svelerà, almeno per ora, con cui produce quel vino a cui ha
dato il nome di “Dorso Rosso”.
Intanto ha da poco lanciato una proposta di adozione collettiva del vecchio vigneto: è
possibile adottare a distanza uno o più alberelli per ricevere aggiornamenti sugli interventi di
cura e conservazione, oltre a un sacchetto di quella terra e l’attestato di “vignaiolo onorario”.
Per contribuire, da ogni parte del mondo, alla salvaguardia di questo antico metodo di
coltivazione vivendo in prima persona il sapiente lavoro necessario alla nascita di un vino dal sapore speciale.

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